LUOGHI #6 DODECANESO, RODI

Quest’estate siamo migrati in Grecia, nella sua parte più vicina alla Turchia, spingendoci fino alle isole del Dodecaneso.

Abbiamo preso un volo a basso costo da Bologna e siamo atterrati a Rodi, un’isola da scoprire e attraversare in auto. La prima cosa che abbiamo visitato è stata la città di Rodi, intricata e complessa, con un centro storico stratificato: colonizzata dai Dori, dai Persiani, dagli Ateniesi, dai Romani, dagli Arabi, dai Cavalieri e infine dall’Italia, ne porta le tracce visibili, tanto che si avvicendano senza soluzione di continuità la Moschea, il quartiere Ebraico, le chiese Ortodosse e la lunga strada dei Cavalieri, oltre che i quartieri destinati al turismo massivo e alla balotta, per dirla alla bolognese. Noi abbiamo soggiornato in via Omero, dove pure si trova una piazzetta con bar poco pretenziosi e tranquilli. Le mura fortificate della città a mezzogiorno vi faranno sentire in Medio Oriente, completamente straniati.

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Ci siamo poi diretti a sud, verso Lindos, città bianca bella da lontano e bazar turistico da vicino. Lungo il tragitto, allontanandoci dalla zona di turismo massivo, che si concentra attorno alla città di Rodi, ci siamo fermati in calette rocciose praticamente deserte. Le possibilità di godere del mare e del fondale sono infinite: la nostra strategia è stata quella di mescolare le indicazioni della guida e l’ispirazione del paesaggio, fermare l’auto in punto in cui l’accesso al mare fosse possibile e scendere fino all’acqua. Andare a intuito, esplorare, inerpicarsi giusto un po’ e camminare: davanti a voi si apriranno calette dai fondali scuri o chiari a seconda del tratto di costa, crepacci, insenature e ovviamente se vi armate di maschera e boccaglio potrete seguire i numerosi pesci che nuotano indisturbati.

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Proseguendo dalla città di Lindos verso la punta dell’isola, vi capiterà di imbattervi in lunghe spiagge sabbiose, soprattutto dalle parti di Plimmiri.

Basta superare la zona di Lindos e spingersi a sud per incontrare luoghi fermi, silenziosi e assolati; solo le cicale e il calpestìo dei piedi sui sassi.

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Noi ci siamo spinti fino alla punta dell’isola, dove il mare ritiratosi per la bassa marea lascia spazio a una lunga ed ampia lingua di sabbia che collega Rodi all’isolotto di Prasonisi e che diventa casa e territorio di surfisti, windsurfers, kite surfer, onde e vento. Se le spiagge e le calette incontrate fino ad ora lungo il cammino erano incontaminate, selvagge e soprattutto solitarie, adesso troverete lo stesso spirito selvaggio ma condiviso da centinaia di appassionati di vento ed acqua che solcano il mare spinti dal vento. Fare il bagno, data la quantità di kite e windsurf, non è cosa semplice, ma è comunque rilassante ed interessante osservarne i volteggi, come fossero uccelli acquatici. Il lato est della spiaggia è solcato da onde leggere, mentre quello ovest è più ventoso, come d’altra parte tutto il resto del versante dell’isola.

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Il versante ovest dell’isola di Rodi è battuto da venti piuttosto forti e ci sono pochi accessi al mare, ciononostante ci siamo concessi una giornata di vagabondaggio anche in quella zona, dalle parti del castello di Monolithos, dove abbiamo trovato una discesa al mare dal panorama vasto, azzurro e verde. Se soffrite di vertigini chiudete gli occhi e tenete duro, la vista poi vi allargherà il cuore.

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Troverete lunghe spiagge sassose percorse dal vento, e in generale un’atmosfera silenziosa e rispettosa: tutta la parte sud dell’isola, essendo fuori dalle rotte calpestate comunemente, sembra ospitare viaggiatori preparati e non annoiati, consapevoli e rilassati.
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Il tratto di entroterra che vi ha portati fino a Prasonisi e poi da lì fino a Monolithos è lunare e brullo: alberi di ulivo e cespugli e poi le prime, timide, capre.

Nell’entroterra ci siamo fermati a Laerma, un paesino vicino al lago di Limni. La serata è stata speciale: abbiamo cenato in una delle due piccole taverne della città, sotto ad un pergolato di buganvillee e, mentre i gattini randagi ci si strusciavano tra i piedi, abbiamo imparato la fiducia e la generosità abbattendo la genetica diffidenza occidentale. Due signori, seduti accanto a noi, ci hanno offerto del pane fresco, e il proprietario della taverna ci ha omaggiati di piatti tradizionali. Il risultato è stato che siamo andati a casa rincuorati, satolli, sorridenti e distaccati dal mondo delle contingenze.

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CentoCinquantaCose says:

Rispettate i tempi dell’isola, agite con lentezza, spiate i fondali.

Places #5 Bruxelles, mercato di Clemenceau

Bruxelles, capitale del Belgio e dell’Europa unita ma anche millefoglie di culture che si stratificano e si mescolano, potpourri di origini, radici e provenienze. Geograficamente in Nord Europa ma con un’anima meridionale e mediterranea, passeggiare per Bruxelles, uscendo dalle rotte turistiche, può rivelarsi un’esperienza sinestetica sorprendente.

Qualcuno dice che per comprendere a fondo una città bisogna addentrarsi nei suoi mercati, e in questo senso a Bruxelles c’è l’imbarazzo della scelta.

In generale ogni quartiere ha il suo mercatino rionale, che anima la piazza principale della zona. Vi si trovano prodotti alimentari come frutta, verdura, formaggi e affettati, ma spesso, in base alla zona, sono presenti anche food-truck che preparano piatti al momento. Risulta davvero difficile farne un elenco, data la varietà di culture culinarie che si mescolano in città: si va dai classici carretti che preparano escargot o ostriche da mangiare al momento, ai furgoncini con piatti orientali, africani, italiani.

Un volta esplorati i mercatini rionali, generalmente molto carini e mai troppo affollati, siete pronti per tuffarvi dentro alla marea umana, dentro alle voci, agli odori e ai colori che i fine settimana popolano i mercati di Clemenceau e Midi.

Il Marché de Clemenceau, anche noto come Marché des Abbatoirs, si trova appunto presso il Mattatoio di Anderlecht, il più antico ancora in funzione in città.

Ci sono diversi ingressi: quello ufficiale sormontato dalle statue di due tori  che si fronteggiano, in cui troviamo gli “ortolani di lusso”, con verdure in bella mostra e food truck, e l’ingresso della chaussée de Mons, dove si trovano prodotti più a buon mercato.


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Il numero dei banchi di frutta e verdura è impressionante, le voci si mescolano agli odori mediterranei e al posto del sentore di frites belghe si attorcigliano menta, yalla yalla, olive e uneurouneuro.

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Al coperto invece si possono trovare prodotti di elettronica, abiti, tappeti, coperte e anche una piccola rivendita di animali.

Se non siete vegetariani entrate nella vera e propria area del mattatoio, i banchi di carne sono suddivisi per tipologie e quello che colpisce davvero, oltre al rumore serrato dei coltelli, sono i prezzi al ribasso.

E dopo aver vissuto il tornado del compra a poco, dopo aver  schivato i passeggini e i carrellini, assaggiato, pesato, ci si può concedere una bella frittura di calamari a poco prezzo in uno dei banchetti che vendono pesce. Riprendere la metro in direzione centro sarà come aver percorso migliaia di chilometri.


CentoCinquantaCose says:

Se ve lo offrono assaggiate tutto, sorridete, munitevi di pazienza e di carrellini per la spesa.

Places #4 Bois de Hal – Hallerbos, Belgio

A pochi chilometri da Bruxelles c’è un luogo incantato che sembra saltato fuori da un cartone animato di Miyazaki. Si tratta del Bois de Hal, o Hallerbos in fiammingo, una foresta a sud est della piccola cittadina di Hal, Halle in fiammingo, che ha una particolarità: nel periodo che va da fine aprile agli inizi di maggio vi fioriscono i giacinti selvatici, un mare di giacinti selvatici. Camminando per i sentieri del bosco sarete sopraffatti dall’intenso color verde degli alberi e dal viola (o blu, a seconda dei periodi) dei fiori, dal loro profumo e dalla pace che vi regna. Se siete fortunati e la giornata è soleggiata, la luce radente renderà tutto ancora più magico.

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Inutile dire che è vietato cogliere o rovinare i fiori, una fotografia e il ricordo dell’esperienza estetica vi basteranno.

Vi sembrerà di camminare in una distesa viola, in un’atmosfera rarefatta e ovattata, illuminata da qualche raggio di sole che attraversa le foglie e dall’intenso colore dei fiori.

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Attraverso il bosco si snodano sentieri percorribili in bicicletta, a cavallo o a piedi; questi ultimi sono davvero piacevoli e accessibili a tutti, anche a passeggini o disabili in carrozzina. Sarete voi a scegliere se addentrarvi nel bosco o propendere per una gita più soft.

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Il bois de Hal è raggiungibile in treno da Bruxelles, basta arrivare ad Halle e poi prendere i bus De Lijn o Tec (il 155, 156, 114 o 153). Per i più atletici la cittadina di Halle è raggiungibile anche in bicicletta, con un’ora di pedalata lungo il canale che la collega a Bruxelles.


CentoCinquantaCose says:

Non lasciatevi spaventare dalla nuvolosità belga, il colore del mare di fiori illuminerà il bosco.

Cinema #6 ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND / 2004

Il titolo innanzitutto: probabilmente lo conoscete con il titolo italiano Se mi lasci ti cancello, un’infelice scelta dai richiami julioiglesiani che la distribuzione di casa nostra ha pensato potesse essere fortunata per gli incassi, ma che ha sortito l’unico effetto di lasciare spiazzate le persone che si aspettavano una commedia sentimentale americana e si trovavano davanti qualcosa di ben più complesso.

Il titolo originale invece, che cita una poesia di Alexander Pope, racchiude bene l’atmosfera poetica e onirica del film, quella profondità leggera, aerea, che è la cifra stilistica e uno dei punti di forza della pellicola.

Il regista, Michel Gondry, si è distinto anche nelle opere successive per la sua peculiare capacità di raccontare visivamente tutto quello che riguarda la sfera onirica e cerebrale utilizzando effetti speciali homemade. Ma se film come L’arte del sogno o Be kind rewind si fondano quasi totalmente su queste piacevoli trovate, in Eternal sunshine of the spotless mind la sceneggiatura, del Charlie Kaufman di Essere John Malkovich, gioca un ruolo fondamentale.

La storia trova il punto di forza maggiore nella sua universalità e nel modo mai banale in cui viene sviluppata: parlare della fine di una storia d’amore e non cadere nella melassa non è facile, ma il modo originalissimo in cui sceneggiatura e regia ci accompagnano nei meandri più intimi della coppia ci sorprende e ci rapisce ad ogni passo. Lo fanno attraverso i ricordi e lo fanno a ritroso, dai più recenti ai più lontani, durante un complicato processo di cancellazione della memoria al quale il protagonista decide di sottoporsi. Se il cuore soffre troppo e i ricordi non ci lasciano stare, perché non cancellarli per sempre e fare finta che la persona con cui abbiamo condiviso gioie e dispiaceri non sia mai esistita?

Joel Barish, interpretato superbamente da Jim Carrey, dopo aver scoperto che la sua ex fidanzata Clementine, un’ altrettanto indimenticabile Kate Winslet, l’ha fatto “rimuovere” decide di affrontare a sua volta il trattamento.

Ripercorriamo la loro storia all’indietro attraverso i ricordi di Joel nel momento in cui vengono cancellati, procedimento che viene reso registicamente con la scelta più intelligente: usare gli effetti speciali esclusivamente ai fini della storia e in maniera quasi invisibile agendo sui luoghi che fanno da scenario ai ricordi, decostruendoli progressivamente fino a farli scomparire.

La storia d’amore tra Joel e Clementine appare come un puzzle, in cui nessun pezzo può sopravvivere senza l’altro: in questo processo di frammentazione della memoria, di rimozione e annullamento, sono proprio i contesti fisici in cui si sviluppa il rapporto dei due a diventare topoi amorosi . Tanto più che il film si apre con la necessità, anzi l’urgenza, da parte di Joel di recarsi a Montauk. Il lago ghiacciato, la casa d’infanzia e la festa sulla spiaggia diventano personaggi stessi della pellicola, densi di significato ma al contempo impalpabili, e il loro ricorrere costante riesce a restituire un senso di continuità e di collante all’intero film.

La rimozione della memoria non andrà come previsto, il meccanismo a prima vista perfetto si incepperà, e i brutti momenti della storia tra i due, quelli in cui l’amore ormai agli sgoccioli si trascina senza decidersi a capitolare, lasceranno spazio ai ricordi felici, che in qualche modo erano stati sepolti e dimenticati. Ed è a quei ricordi ritrovati che Joel si aggrappa con tutte le sue forze cercando di non farli scappare via, pregando che non vengano distrutti, chiedendo che gli vengano lasciati.

E man mano che la pellicola procede, con salti continui tra i ricordi e la vita reale, si genera una riflessione straziante sul ricordo, sull’amore, sull’ineluttabilità della fine delle cose e sul coraggio delle scelte. Ma anche sulla difficoltà dell’amare, del ricordare e del dimenticare, nonostante le scorciatoie offerte da gomme per cancellare istantanee che sembrano lasciare fogli candidi da riscrivere. Ma forse una traccia rimane: Joel e Clementine, dopo il trattamento, si incontreranno di nuovo non ricordando nulla di tutto quello che hanno condiviso, eppure saranno nuovamente attratti l’uno dall’altra.

Se sapessero cosa li aspetta, che la loro storia è destinata a naufragare, comportando dolore e sofferenza, deciderebbero che comunque vale la pena di essere vissuta?

E il senso del titolo e della poesia di Pope, quella eterna beatitudine degli smemorati che possono sopravvivere ai propri errori, sta tutta lì, in una domanda che apre le porte più profonde dell’animo umano e che in mano a qualcun altro sarebbe stata facilmente uno scivolone nello zucchero.

Ma Gondry e Kaufman affrontano la condizione più universale dell’essere umano senza paura, mettendo in campo una struttura non facile ma mai confusionaria, alternando momenti leggeri a scene più struggenti, mescolando i piani narrativi, utilizzando soluzioni visive intriganti e regalandoci una delle riflessioni finali più dolci e commoventi che mi sia capitato di vedere.

E se una menzione va, oltre ai protagonisti, anche all’ottimo cast di contorno (Kirsten Dunst, Mark Ruffalo, Elijah Wood, Tom Wilkinson), è obbligatorio segnalare anche la colonna sonora firmata da Jon Brion, sintesi perfetta delle atmosfere rarefatte del film.

Resta in sospeso la domanda che tutti ci siamo posti almeno una volta: dove vanno a finire i ricordi degli amanti una volta esauritosi l’amore?


CentoCinquantaCose says:

How happy is the blameless vestal’s lot!

The world forgetting, by the world forgot.

Eternal sunshine of the spotless mind!

Each pray’r accepted, and each wish resign’d.

 

eternal sunshine of the spotless mind

Tv Series #4 BREAKING BAD / 2008 – 2013

Negli ultimi quindici anni, si sa, il livello qualitativo delle serie tv si è alzato esponenzialmente, tanto che, al momento attuale, il prodotto televisivo non ha quasi più nulla da invidiare a quello cinematografico.

Non si può dire con esattezza quale sia stata la serie che ha dato il via a questa trasformazione, ma di sicuro Breaking Bad è una di quelle che maggiormente hanno contribuito negli ultimi anni a far fare il balzo in avanti al format seriale.

Come? Gli ingredienti sono apparentemente quelli di sempre: una confezione accurata, dei buoni attori e una storia appassionante, ma è il pensiero di fondo ad essere diverso e, in questo caso, vincente.

L’idea del creatore della serie Vince Gilligan, che aveva già dimostrato un’ottima capacità di scrittura regalandoci alcuni dei migliori episodi di The X-Files, era di trasformare lentamente, nel corso della serie, il protagonista in antagonista portando dunque lo spettatore in una terra di nessuno senza confini precisi o punti di riferimento.

Una scelta piuttosto coraggiosa perché come prima cosa andava contro gli interessi produttivi della serie: un plot che si sviluppa continuamente ed ha come priorità il cambiamento costante è destinato ad avere, in primis, una vita relativamente breve.

In secondo luogo una trasformazione così netta nel protagonista avrebbe potuto portare ad uno scollamento di immedesimazione tra quest’ultimo ed il pubblico o alla creazione di situazioni talmente paradossali o inverosimili da cadere nel grottesco e stufare.

Non le migliori premesse.

Ma Gilligan nel taschino ha un paio di assi: il primo è una storia convincente e intrigante, che viene sviluppata senza fretta né forzature, duri quel che deve durare, e che riesce ad avere dei continui aumenti di tensione senza mai perdere il mordente, la qualità della sceneggiatura o quella tecnica dell’immagine.

Il secondo asso si chiama Bryan Cranston, forse l’esempio più alto di recitazione e immedesimazione col proprio personaggio nella storia della serie tv fino ad ora (accanto al McConaughey di True detective).

Cranston incarna e restituisce perfettamente i due volti di Walter White, senza sbavature, senza grossolanità, riuscendo a non rinunciare mai ad una recitazione più che naturalistica e veritiera. Grazie a lui quella che, sulla carta, sembra la situazione tipica in cui si parteggia col cattivo, si trasforma in qualcosa di molto più complesso, che è il vero punto di forza della serie e , forse, la ragione per cui ha appassionato così tanto gli spettatori.

È chiaro che siamo dalla parte di Walter White fino all’ultimo, è chiaro che facciamo il tifo per lui, com’è chiaro che da metà serie in poi non abbiamo nessuna vergogna a considerarlo “un vero fico”; quello che non è scontato è il fatto che dentro di noi, sempre più presente e specialmente nella quinta ed ultima stagione, percepiamo un lieve malessere, dovuto alla parte razionale di noi stessi che ci ricorda continuamente che tipo di persona White sia diventata.

Ed è questo il vero colpo di genio di Gilligan: non tenta nemmeno per un minuto di minimizzare le colpe del suo protagonista, di nasconderci le sue malefatte o la sua progressiva perdita di umanità. Dietro il continuo giustificarsi di Walter, il ripetere che fa tutto questo per la sua famiglia vediamo subito e chiaramente la piccolezza di un uomo ormai accecato dal potere e dall’euforia di essere “qualcuno”, ma piuttosto che nascondere, Gilligan mette una lente di ingrandimento sulla parte disumana del suo personaggio e nonostante questo ci fa rimanere sempre al suo fianco, facendoci contemporaneamente e sotterraneamente sentire in colpa per la nostra presa di posizione.

Un risultato distante da qualsiasi cosa vista finora.

Breaking Bad è durato 5 stagioni e 62 episodi, non uno in più e non uno in meno del necessario, sapendo alternare alla tensione una buona dose di ironia, a volte grottesca ma sempre di classe, e regalandoci un finale di serie tra i più belli e spiazzanti di sempre.


 

CentoCinquantaCose says:

Consigliato a chi non è appassionato di chimica. Cambierà presto idea.

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Places #3 Kretsloppshuset, Mörsil

Alle estremità meridionali delle grandi regioni del nord, ad un passo dal circolo polare artico, ai confini della Norvegia e a svariate ore di treno da Stoccolma, la contea dello Jämtland è la Svezia delle foreste di conifere a perdita d’occhio, territorio di alci, renne ed orsi, di prati, di laghi, di montagne e di campi punteggiati dai gård, piccolissimi agglomerati di case di campagna spesso rosse e bianche. 

In questa Svezia incontaminata, vicino alle montagne di Åre e al lago Storsjön, esiste un piccolissimo paese, seicento abitanti al massimo, estraneo al turismo di massa, in cui la natura vince le logiche del massimo rendimento con minimo sforzo e del tutto e subito.

E in questo piccolissimo paese c’è un luogo che è un po’ caffè, un po’ ristorante, un po’ giardino,un po’ pollaio, un po’ serra e che si chiama Kretsloppshuset, ovvero la Casa del Circolo della Vita.

Kretsloppshuset, come tutte le cose belle, nasce da un lungo impegno e da un duro lavoro per creare un luogo ecosostenibile, in cui consumare e vendere prodotti biologici e a chilometro zero, anzi, meno di zero, se si considera che gli ingredienti che compongono i piatti preparati con amore dalla cuoca Felicia provengono per la maggior parte dalla serra, dall’orto e dal pollaio dietro al caffè, o da piccole produzioni locali, senza intermediari, in una logica di mutuo scambio e di crescita collettiva.

Non è sempre facile mantenere questo standard eco, piccolo, di bassi consumi e di molta fatica, ma è tutto quanto molto buono, pulito e giusto, proprio come tutto il cibo dovrebbe essere.

Kretsloppshuset nasce alla fine degli anni Novanta, quando i residenti locali vengono invitati a presentare progetti per lo sviluppo rurale. Un gruppo di ambientalisti decide quindi di voler lavorare a un circuito virtuoso su piccola scala, autosufficiente, ecologico e creatore di posti di lavoro.

Il progetto trova consensi e plausi; sei ettari di terreno vengono destinati alla coltivazione di patate e verdure, dopodiché si decide di costruire una serra per pomodori e cetrioli, di installare delle arnie per le api e di dare vita al kretsloppshus. Il termine Kretsloppshus è stato coniato a metà degli anni Ottanta per la combinazione di allevamenti di pollame e di serre, tra i quali si instaura un circolo di vicendevole sussistenza: il letame del pollaio, l’anidride carbonica e il calore permettono alle coltivazioni in serra di crescere, parte delle piante diventa mangime per le galline che a loro volta producono uova per le frittelle e la cucina. Un circuito virtuoso a spreco zero, in cui polli felici razzolano liberamente e depongono uova coi loro tempi e i loro ritmi.

Infine nascono il caffè, il ristorante, il bel giardino di narcisi e frutti di bosco, il laghetto che ospita ranocchie e girini e il piccolo negozio di prodotti fatti a mano, ecologici e locali.

Gli interni confortevoli e caldi del ristorante sono bagnati dal sole delle lunghe giornate estive che entra attraverso enormi finestre o dal tetto di vetro, e resi ancor più distensivi dalla presenza costante di piante di ogni tipo, da piccoli cactus ad alberi di fico che vi solleticano la testa mentre gustate del buon salmone o una zuppa calda.

Tutto, a Kretsloppshuset, fa trasparire una forte ispirazione e molta cura, la dimensione è umanissima, piacevole e stimolante.

Alla Casa del Circolo della Vita, oltre che a sentirvi a casa, si mangia benissimo, ci sono attività culturali, concerti, conferenze su temi eco e sostenibili, i bambini possono vedere dei polli veri e ci si lascia indietro la città per farsi attraversare da un nitore semplice, familiare e confidenziale.


CentoCinquantaCose says:

Provate la loro focaccia, non rimpiangerete affatto quella italiana, ed anche la torta con la panna, non la dimenticherete mai più. Lasciate i vostri bambini liberi di esplorare il mondo dei polli, torneranno a casa con occhi diversi.

 

 

Cinema #5 GLI SPIETATI / 1992

Ex pistolero, cacciatore di taglie e assassino che trova coraggio nell’alcool, William Munny (Eastwood) da diversi anni ha cambiato vita, si è ritirato nella sua piccola fattoria assieme ai figli ma per trovare il denaro per riuscire a mantenerli decide di impugnare un’ultima volta la pistola che aveva appesa al chiodo per incassare la taglia messa da un gruppo di prostitute sulla testa di un cowboy dopo che questi ha sfregiato senza ragione una di loro.

Lo accompagnano il vecchio amico e collega Ned Logan (Freeman) e un giovane e inesperto cowboy con la voglia di perdere la propria verginità morale uccidendo qualcuno, che vede Munny come un idolo dei vecchi tempi del West.

Dovranno fare i conti sia con lo sceriffo del paese (Hackman), vecchia conoscenza di Munny, che non vuole che altri facciano giustizia al posto suo, sia coi propri limiti.

Gli spietati, western più che crepuscolare, seguendo la lezione  di Sergio Leone sembra decretare nelle azioni e negli intenti la definitiva morte del mito del vecchio West: le atmosfere sono cupe, battute continuamente dalla pioggia e dal fango, gli eroi non esistono, i buoni e i cattivi sono definizioni che non trovano posto in questa realtà, il perdono è una mera illusione e il passato è un’ossessione da cui fuggire.

La potenza del film di Eastwood sta tutta qui, nel diventare “un’angosciata riflessione sul Tempo e sulla Storia” [Mereghetti], nello spogliare i suoi personaggi da ogni mitizzazione, senza salvarne nessuno.

È così che tutti i sogni di grandezza dell’aspirante pistolero si infrangono nel momento esatto in cui commette il suo primo omicidio o che il personaggio di Freeman, resosi conto di non essere in grado di assolvere al suo compito, non riesce neppure ad avere un completo riscatto morale.

E nel finale il film diventa una profonda riflessione sull’impossibilità del sogno americano: nessuno cambia, le seconde possibilità non esistono o sono un’illusione, la redenzione è impossibile e il passato pronto a tornare in qualsiasi momento schiaccia chiunque, perché, come dice William Munny “in queste storie i meriti non c’entrano”.

L’ultima inquadratura, uguale a quella iniziale, sembra suggerire formalmente un ritorno alla normalità, ma tutto quello che c’è stato in mezzo conferisce all’ultimo fotogramma una pesantezza che non si dimentica facilmente.


CentoCinquantaCose says:

Gli amanti del western tengano a portata penna e fogli perchè sono troppe le battute memorabili.spietati_loc

Books #3 L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA / 1985

È impossibile raccontare L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez senza accennare non solo all’evolversi della storia ma anche e soprattutto al finale, uno dei più intensi della letteratura, che lascia in bocca al lettore un sapore dolce e amaro assieme, il sapore delle mandorle che ricorda il destino degli amori contrastati.

Siamo nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, in una cittadina del Caribe sorta sulle sponde del Rio de la Magdalena. Florentino Ariza,  un impiegato con la passione per la poesia, si innamora in maniera folgorante e involontaria di una donna, Fermina Daza (“la ragazzina alzò gli occhi per vedere chi stava passando davanti alla finestra, e quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato”). Ma la vita e i suoi accidenti, sotto forma del padre della ragazza, fanno in modo che Fermina venga data in sposa a un rispettato dottore, e nonostante lei inizialmente non provi alcun sentimento amoroso nei confronti dell’uomo, i due, invecchiando assieme, imparano ad amarsi.

Florentino  trascorrerà i tre quarti della vita tra conquiste femminili che non gli sequestreranno mai il cuore e la carriera nella compagnia fluviale dello zio, di cui diverrà infine proprietario.

Nonostante tutto continuerà ad amare Fermina, e ad aspettarla, per sempre.

E fin qui la trama rispecchia quella degli amori contrastati che in Sudamerica si ascoltano alla  radio, in cucina, mentre si preparano quelle prelibatezze i cui segreti nascono e muoiono nel focolare in cui cuociono.

Stando a quello che sappiamo, il romanzo potrebbe concludersi come si concludono spesso gli amori letterari, in cui gli amanti sono rette parallele destinate a non incontrarsi mai, se non fosse che l’autore decide di regalare il lieto fine ai due protagonisti quando ormai nessuno lo aspetta più, perché si è fuori tempo massimo, mettendoli nella situazione più strana e difficile possibile, ossia quando sono ormai vecchi.

Florentino abbiamo detto, aspetta: aspetta che il marito di Fermina muoia, aspetta che lei risponda alle sue lettere d’amore, aspetta di averla e aspetta davvero tutta la vita.

Quando il “lieto fine” arriva, quando i due finalmente si amano, in senso fisico e sentimentale, si trovano a fare i conti con gli anni passati, con i loro corpi invecchiati, con una situazione che apparentemente non gli concede altro tempo.

Ed è qui il cuore del romanzo e la sua totale universalità: L’amore ai tempi del colera altro non è che un libro che ha a che fare con il tempo e con gli uomini. Con quegli uomini, come il protagonista Florentino, che passano una vita cercando di far coincidere il tempo dell’anima con il tempo del mondo, per respirare, anche solo per un attimo, in contemporanea con l’universo, o semplicemente con un’altra persona.

Per questo le ultime pagine del libro, avvolte in un’atmosfera quasi onirica, galleggiante, quasi irreale, sono le più belle e le più importanti: poco importa che il corpo giovane e tanto desiderato di Fermina sia diventato cadente, rugoso, vecchio; e poco importa che l’imbarcazione sulla quale stanno consumando e vivendo questo momento, come sospesi fuori dal tempo, prima o poi dovrà fermarsi e farli scendere e ritornare ad una vita normale che forse non avrà spazio per loro.

È un’epopea lunga mezzo secolo quella di Florentino e Fermina che si snoda come le anse del Rio de la Magdalena attraverso le vicende di un intero paese, tra i profumi, l’umidità, il calore, le risate, le tragedie, le morti, le lacrime e le miserie tinte di allegria.

Tutto lascia intravedere un ottimismo di fondo e una passione nel vivere che tengono continuamente a galla Florentino. Lui, vero eroe romantico, continuerà a stringere i denti, finché avrà forza cercherà di tenere insieme il suo ritmo e quello di Fermina e di farli risuonare nel mondo, per dimostrare che è la vita, piuttosto che la morte, a non avere limiti.

“Quanto durerà questo andirivieni del cazzo”, gli chiedono nelle ultime righe del romanzo: “Per tutta la vita, risponde lui senza paura, per tutta la vita.”


 CentoCinquantaCose says:

Non abbiate fretta. Mai. Che i cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni notti comprese di Florentino vi guidino come una stella polare.

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Places #2 ciclabile Cupramarittima-San Benedetto del Tronto

C’è un luogo, che non è solo un luogo, è anche un modo di essere e uno stato d’animo.

È la pista ciclabile che come lisca di pesce va da Cupramarittima a San Benedetto del Tronto. Siamo sulla costa Adriatica, nell’ultimo lembo di terra Marchigiana prima di arrivare in Abruzzo.

Nel tratto cuprense pedalerete sul mare, con l’acqua che schizza sugli scogli, con la salsedine sulla punta delle dita, con l’Adriatico a sinistra e le colline a destra, per poi immergervi tra le palme e gli oleandri di Grottammare e San Benedetto del Tronto, e terminare la pedalata nel restaurato lungomare sud, con oasi, piccoli ponti, fontanelle e dieci giardini tematici nei quali annusare erbe aromatiche o sostare per distendere i muscoli.

Se si ha ancora forza nelle gambe, dopo i 15 chilometri di pedalata, si può proseguire ancora più a sud, in quel pezzo di Marche tra Porto d’Ascoli e il fiume Tronto, dentro la Riserva Naturale Sentina. Vi ritroverete in un litorale antico, senza cemento o lidi balneari, e se siete fortunati e attenti potrete avvistare aironi, falchi e fenicotteri.

La ciclabile, ogni ciclabile mi verrebbe da dire, è un modo di essere, è un lento e tenace rivendicare le ragioni di ritmi umani, è il decidere di osservare alla velocità delle due ruote il mondo che gira attorno, è decidere di fermarsi e ascoltare quello che c’è al di là della strada, è decidere di riprendersi spazio e tempo, di impiegare un’ora di pedalata tra cielo, mare e colline piuttosto che quindici minuti di auto sulla statale adriatica. Ed è anche un modo per sentirsi leggeri, per sostenere le ragioni della leggerezza, come scriveva Calvino nelle sue sempre attuali Lezioni Americane.

Scoprirete che pedalare è terapeutico; se non ci credete chiedete al bigatour.


CentoCinquantaCose says:

Nelle giornate di primavera, quando il sole sta per calare dietro le colline e l’aria è tiepida, percorrere i chilometri. Fermarsi a bere una birra sul mare. Cantare Maledetta Primavera mentre pedalate. 

bigatour.blogspot.com

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Tv Series #3 TRUE DETECTIVE / 2014

True detective non è una serie come le altre.

Innanzitutto perché, a mio avviso, è, e con tutta probabilità rimarrà, la serie più bella del 2014.

In secondo luogo perché è una serie antologica, il che significa che, in caso di una seconda stagione, plot, cast e ambientazione saranno completamente diversi (come già accade per serie come American Horror Story o la più interessante Black Mirror).

Inoltre è un prodotto confezionato con una cura registica, interpretativa, fotografica e di sceneggiatura che ha pochi rivali nella storia delle serie tv.

Tutto è misurato con attenzione, senza nessuna sbavatura, nessun effetto speciale caotico che troppo spesso viene utilizzato per rendere più fruibile un prodotto di questo tipo e che finisce irrimediabilmente per corromperne la bellezza.

Il creatore e sceneggiatore dell’intera stagione Nic Pizzolatto crea una storia poliziesca che non cade mai nel guignol e che passa quasi in secondo piano rispetto al percorso evolutivo dei suoi personaggi: due detective che escono immediatamente dal clichè della coppia di sbirri che non si possono sopportare ma poi diventano amici. Rust e Martin sono semplicemente due poliziotti, due veri detective, che si trovano a lavorare insieme e rispettano, senza frizioni o adulazioni, ognuno le idee e i modi di fare dell’altro.

La grandezza e l’originalità della serie sta proprio nel mostrare la loro personale metamorfosi: attraverso l’indagine scopriamo pian piano il carattere dei personaggi, i loro problemi vengono a galla, si creano tensioni e la ricerca del serial killer diventa metafora e occasione per una personale discesa negli inferi, per fare i conti prima di tutto con se stessi e i propri demoni. E questa sarebbe solo una bella idea se non fosse sorretta dall’interpretazione magistrale dei due protagonisti, Matthew McConaughey e Woody Harrelson, che restituiscono ai loro personaggi una tridimensionalità totale, tanto più che la storia si dipana in un arco temporale di quasi vent’anni, spezzettato e montato in continui avanti e indietro nel tempo che non disorientano mai.

Troviamo così Rust e Martin oggi che raccontano la loro indagine del 1995, contemporaneamente la vivono nei flashback, poi tornano ad indagarvi nel 2012, ormai da privati cittadini, ognuno con gli anni passati, i chili in più e gli errori commessi ben stampati addosso. Le loro paure e i loro rimorsi li guidano e li caratterizzano, così che il finale della storia più che nella scoperta del colpevole diventa interessante in quanto catarsi dei due protagonisti.

Il tutto viene filmato dalla mano sapiente di Cary Joji Fukunaga, che dirige tutti gli otto episodi con uno stile calmo, un grande respiro e un’attenzione particolarissima al paesaggio della Louisiana che entra da protagonista nella storia con i suoi colori e la sua desolazione.

Fukunaga non si fa mai prendere la mano, preferisce al voyeuristico spettacolo del sangue l’ellissi o l’espressione di reazione degli attori, piega sempre il mezzo cinematografico al servizio della storia e dei personaggi, senza per questo privarci di momenti davvero emozionanti a livello tecnico, come l’ormai famosissimo piano sequenza di sei minuti presente nel quarto episodio, esempio davvero alto di tecnica cinematografica.

E se la tensione narrativa non manca non è certo da meno anche la profondità di alcuni dialoghi, come il fantastico, tristissimo e indimenticabile monologo finale di Rust davanti alla volta celeste.


CentoCinquantaCose says:

Se non l’avete ancora vista e non siete troppo impazienti guardatevela quest’estate, in uno di quei giorni di caldo torrido e umido, con una confezione da sei di birra in lattina e un pacchetto di sigarette. Giusto per entrare completamente in sintonia con l’atmosfera della serie.

true detective